La notte mi piace. Di notte riesco a essere in pace, finalmente.
Non è stato sempre così: da bambino la temevo, nei suoi aspetti più tipici. Rifuggivo il silenzio estremo che avvolgeva la mia stanza e l’intero appartamento. Era un silenzio che aveva un che di innaturale e risuonava per contrasto come fosse il più forte dei rumori, nella mia testa.
Non che mi tranquillizzassi in quelle notti in cui riuscivo a percepire qualche rumore: ogni minimo fruscio si tramutava nel movimento furtivo di un demone intenzionato a cogliermi di sorpresa per azzannarmi al collo o divorarmi in un sol boccone. Il ticchettio metallico della sveglia sul comodino rimbombava nelle mie orecchie in una tensione parossistica per la quale non ero più fra le coperte del mio letto, ma nelle mani di crudeli banditi e spietati assassini che mi avevano incatenato a una bomba pronta a esplodere, di lì a poco. Una goccia d’acqua che cadeva lenta e cadenzata nel lavandino del bagno mi trapanava le meningi inquietandomi neanche potesse divenire d’incanto un oceano per annegarmi nei suoi flutti.
Ma l’assenza di rumori era assenza di vita, e io mi figuravo l’abbandono, ultimo essere vivente su una Terra arida e disabitata, proiettato alla morte, ma una morte che sarebbe stata lenta e dolorosa, dandomi il tempo di percepirne l’arrivo nella mia desolata solitudine.
Rifuggivo ancora di più l’oscurità, ma non perché il trovarmi immerso nelle tenebre significasse la scomparsa del mondo. Proprio l’opposto: ciò che non vedevo con gli occhi, era di una chiarezza lampante nella mia immaginazione. E più spalancavo le palpebre per cercare un appiglio visivo, un dettaglio familiare che rendesse una forma conosciuta nella mia stanza, una base per ricostruire uno spazio a cui ero tanto abituato da darlo per scontato, più aumentava il timore di ciò che avrei potuto vedere d’improvviso, come se dal buio pesto potesse emergere di colpo il riflesso di una luce lontana, chissà da dove, sui denti di una belva famelica, grondanti di bava e distorti in un ghigno rabbioso attraverso il quale un alito cadaverico riuscisse a farsi spazio sino a colpirmi in pieno. Continua a leggere
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